sabato 28 dicembre 2013

I Magi, raccolta di testi - 1° parte

A cura di Vito Foschi


L’unico vangelo che parla dei Re Magi è quello di Matteo. L’altro vangelo che racconta la nascita di Gesù, quello di Luca, non li menziona, anzi inserisce il battesimo del Bambino al tempio di Gerusalemme, introducendo un problema di coerenza fra i due vangeli. Il passo evangelico è avaro di notizie su questi personaggi. È curioso notare come la tradizioni dei tre Re Magi chiamati Melchiorre, Baldassare e Gaspare è totalmente apocrifa. Nel vangelo di Matteo non si parla né dei nomi né del numero dei Magi. Ora riporterò vari passi dei vangeli apocrifi in cui si parla dei Magi. Per primo trascriverò il passo del vangelo di Matteo. I testi sono presi dal libro "I Vangeli apocrifi" a cura di Marcello Craveri.

Vangelo secondo Matteo 2,1-2,12

Nato Gesù in Betleem di Giuda, al tempo del re Erode, ecco, dei Magi arrivarono dall’oriente a Gerusalemme, e domandarono: "Dov’è il nato re dei Giudei? Poiché abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo". Udito questo, il re Erode si turbò e con lui tutta Gerusalemme. E, radunati tutti i grandi Sacerdoti e gli Scribi del popolo, domandò loro dove doveva nascere il Cristo. Essi gli risposero: "A Betleem di Giuda; così infatti è stato scritto dal profeta: ‘E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei certo la minore fra le città di Giuda, perché da te uscirà un capo che guiderà Israele, mio popolo’".

Allora Erode, chiamati in segreto i Magi, volle sapere da loro minutamente da quanto tempo la stella era loro apparsa; poi, inviandoli a Betleem, disse: "Andate e fate diligenti ricerche del fanciullo; e quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure vada ad adorarlo".

Esso, udito il re, partirono; ed ecco, la stella, che avevano veduta in Oriente, li precedeva, finché, giunta sopra il luogo ove era il fanciullo, si fermò. Vedendo essi la stella, furono ripieni di una grande gioia; ed entrati nella casa, videro il Bambino con Maria sua Madre e, prostratisi, lo adorarono; aperti poi i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Quindi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per altra via.

2,16-2,17

Allora Erode, vedendosi deluso dai Magi, s’irritò grandemente e mandò a uccidere tutti i bambini che erano in Betleem e in tutti i suoi dintorni, dai due anni in giù, secondo il tempo che aveva rilevato i Magi. Allora si adempì l’oracolo del profeta Geremia: "Un grido si udì in Rama, pianto e grave lamento: Rachele piange i suoi figli e rifiuta ogni conforto, perché non sono più".

VANGELI APOCRIFI

Protovangelo di Giacomo

XXI

1. Ed ecco che Giuseppe si preparò a partire per la Giudea. E una grande agitazione avvenne in Betlemme di Giudea, poiché arrivarono dei magi che chiedevano: - Dov’è il re il re dei Giudei che è nato? poiché abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti per adorarlo.

2. Udendo questo, Erode fu turbato e mandò dei messi ai magi e fece chiamare i grandi sacerdoti e li interrogò, dicendo: - Che cosa sta scritto riguardo al Cristo? Dove deve nascere?.

Gli dicono: - In Betlemme di Giudea: così infatti sta scritto.

Egli allora li congedò. E interrogò i magi, dicendo loro: - Che segno avete visto circa il re che è nato?

Dissero i magi: - Abbiamo visto una stella grandissima, che brillava tra queste altre stelle e le oscurava, così che le stelle non si vedevano, e noi per questo abbiamo capito che un re era nato per Israele e siamo venuti per adorarlo.

Ed Erode disse: - Andate e cercate; e se lo trovate fatemelo sapere affinché anch’io vada ad adorarlo.

3. I magi se ne andarono. Ed ecco la stella che avevano visto in oriente li precedeva finché giunsero alla grotta, e si fermò in capo alla grotta. E i magi videro il bambino con sua madre Maria, e trassero fuori della loro bisaccia dei doni: oro e incenso e mirra.

4. Ma essendo stati avvertiti dall’angelo di non entrare in Giudea, per altra via se ne tornarono al loro paese.



XXII.

1. Quando Erode si accorse di essere stato beffato dai magi, infuriato spedì dei sicarii, ordinando loro: - I bambini dai due anni in giù, uccideteli!



Alcuni brani sembrano semplicemente copiati dal vangelo di Matteo.

Vangelo dello Pseudo-Matteo



XVI.

1. Trascorso poi il secondo anno, dall’Oriente vennero dei Magi a Gerusalemme, portando grandi doni. Essi interrogarono sollecitamente i Giudei, domandando: - Dov’è il re che vi è nato?. Infatti abbiamo visto in oriente la sua stella e siamo venuti ad adorarlo.

Questa voce pervenne al re erode, e talmente lo spaventò che mandò degli scribi, dai farisei e dai rabbini del popolo, per sapere da loro dove avevano predetto i profeti che doveva nascere il Messia. Essi risposero: - In Betlemme di Giuda. Così infatti sta scritto: E tu, Betlemme, terra di Giuda, nono sei certo la minore tra le principali città di Giuda, perché da te uscirà un capo, che guiderà Israele, mio popolo.

Allora il re Erode chiamò a sé i Magi e ansiosamente domandò loro quando era loro apparsa la stella. Poi li mandò a Betlemme, dicendo: - Andate, e fate diligenti ricerche del bambino; e quando lo avrete trovato fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo.

2. Ora, mentre i Magi procedevano per la strada, apparve loro la stella e, quasi a far loro da guida, li procedeva, finché giunsero dove era il bambino. Nel vedere la stella, i Magi si rallegrarono di grande gioia, ed entrati nella casa, trovarono il bambino Gesù che sedeva in grembo alla madre. Allora aprirono i loro scrigni e offrirono splendidi doni a Maria e a Giuseppe. Al bambino poi offrirono ciascuno una moneta d’oro. Dopo di ciò uno offrì dell’oro, un altro dell’incenso e l’altro della mirra.

Volendo quindi essi ritornare dal re Erode, furono ammoniti in sogno da un angelo di non ritornare da Erode. Essi perciò adorarono il bambino, pieni di felicità, e tornarono al loro paese per un’altra via.

XVII.

1. Quando il re Erode si accorse che era stato burlato dai Magi, il cuore gli si infiammò d’ira e mandò per tutte le strade, volendo catturarli e ucciderli. Ma non avendo potuto in alcun modo trovarli, mandò a Betlemme a uccidere tutti i bambini dai due anni in giù, secondo il periodo di tempo che era riuscito a sapere dai Magi.

2. Ma un giorno prima che ciò avvenisse, Giuseppe fu avvertito in sogno da un angelo del Signore che gli disse: - Prendi Maria e il bambino e per la via del deserto recati in Egitto -. E Giuseppe, seguendo il consiglio dell’angelo, si mise in cammino.

Alcune varianti al testo.

Due manoscritti Ar. (Londra, British Museum, Cod. Arundel 404) del sec. XIV e Her. (Hereford, Libreria del Capitolo, ms o.3.9) del sec. XIII, propongono delle varianti sulla natività.

Ar. Ed Her. nel paragrafo XVI, 1 aggiungono un lunghissimo racconto sulla visita dei magi: stupore di Giuseppe e di Simeone (figlio) vedendo arrivare una turba di pellegrini; alla domanda di Giuseppe: - Chi siete? Che cercate in casa mia?. – Essi spiegano lo scopo del loro viaggio, la guida della cometa, ecc., dicono di essere già stati a Gerusalemme, di aver paralto con Erode, ecc. Poi entrano, adorano il bambino, gli presentano oro, incenso e mirra. A Giuseppe stupito, spiegano l’esistenza di profezie, al loro paese, sulla nascita del Salvatore, ecc.

Nel paragrafo XVI, 2 c’è una versione (Laurenziano) che dà i nomi dei re magi: "Gaspar la mirra, Melchior l’incenso e Balthasar l’oro".



Vangelo dell’infanzia arabo siriaco



VII.

Ora avvenne che, quando il Signore Gesù nacque a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, dall’Oriente vennero a Gerusalemme dei magi, come aveva predetto Zaratustra , e avevano con sé, come doni, oro, incenso e mirra; ed essi lo adorarono e gli offrirono i doni.

Allora santa Maria prese una di quelle fasce e come in contraccambio la diede loro, che l’accettarono da lei con grande riconoscenza.

In quello stesso istante apparve loro un angelo, sotto forma di quella stella che prima era stata loro guida nel viaggio: ed essi se ne andarono, seguendo l’indicazione della sua luce, finché giunsero alla loro patria.

VIII.

Si raccolsero allora intorno ad essi i loro re e principi, domandando che cosa mai avevano visto e avevano fatto, in che modo erano andati e ritornati, e che cosa avevano portato con sé. Ed essi mostrarono quella fascia che santa Maria aveva loro regalata. Perciò celebrarono una festa: accesero il fuoco, secondo la loro usanza, lo adorarono, e vi gettarono sopra quella fascia. Il fuoco l’avvolse e la accartocciò; ma, spentosi il fuoco, estrassero la fascia tale quale era prima, come se il fuoco non l’avesse nemmeno toccata. Perciò essi si misero a baciarla, a mettersela sugli occhi e sul capo, dicendo: - Questo è senza dubbio la verità: che si tratta di un grande prodigio, perché il fuoco non ha potuto bruciarla né consumarla! – Quindi la presero e con grandissima venerazione la riposero tra i loro tesori.

Varianti al testo

VII

I codici Siriaci (S1 ms pubblicato da E. A. Wallis Budge e S2 ms della Reale società asiatica di Londra) collocano la visita dei Magi subito dopo III, 1 con questo testo, assai vicino, nella seconda parte, al racconto di Matteo II 1-12): "Quella notte stessa un angelo fu inviato in Persia. Egli apparve sotto forma di stella splendente, che illuminò tutto il paese dei Persiani. Poiché il 25 del primo Kanoun – anniversario della natività di Cristo – era una grande festa per tutti i Persiani, adoratori del fuoco e delle stelle, tutti i maghi, in eleganti paramenti, celebravano la ricorrenza con solennità, quando improvvisamente una luce brillò sul loro capo. Abbandonando i loro re, le loro feste e i loro tripudi, tutti uscirono di casa per godere di quello spettacolo e videro che una stella ardente si era levata sulla Persia, che per la luminosità sembrava ad un grande sole. I re chiesero ai sacerdoti, nella loro lingua: - Cos’è questo segno che vediamo? – E come per ispirazione dissero: - E’ nato il Re dei Re, il Dio degli Dei, la Luce delle Luci: ed ecco che un prodigio divino è venuto ad annunciarci la sua nascita, affinché noi andiamo ad offrirgli doni ed adorarlo -. Tutti i capi, i magistrati, i generali si levarono e dissero ai sacerdoti: - Quali doni conviene che portiamo? – Dissero i sacerdoti: - Oro, mirra e incenso -. Allora tre principi, figli dei re della Persia, presero, come per una misteriosa ispirazione, uno tre libbre di mirra, un altro tre libbre d’oro, e l’altro infine tre libbre d’incenso. Vestirono i loro preziosi ornamenti, con la tiara in testa e i tesori nelle mani. Al canto del gallo lasciarono i loro paesi, accompagnati da nove uomini, e si misero in cammino, preceduti dalla stella che era loro apparsa. E l’angelo che aveva levato su Gerusalemme il profeta Abacuc, che aveva portato il cibo al profeta Daniele, gettato nella fossa dei leoni, a Babilonia, questo angelo, per virtù dello Spirito Santo, guidò i re della Persia a Gerusalemme. Partiti dalla Persia prima del canto del gallo, al tramonto entrarono in Gerusalemme e interrogarono la gente della città, chiedendo: - Dov’è nato il re da cui noi siamo venuti?- Udendo ciò la gente di Gerusalemme fu turbata ed ebbe paura e riferì il fatto al re Erode. Il re Erode fece venire alla sua presenza i re della Persia e domandò loro: - Di dove venite? [S2: Di dove siete] E che cosa cercate? - Essi risposero: - Il re che è nato in Giudea, nella regione di Gerusalemme. Un prodigio divino ci ha avvertiti della sua nascita, e noi siamo venuti a presentargli la nostra adorazione e le nostre offerte -. Erode si impaurì alla vista di quei figli di Persia, con la tiara in testa e i tesori nelle mani, che cercavano il re nato in Giudea. Erode e tutta la sua corte si allarmarono alla vista di questi figli di re. [S2: Erode si allarmò, perché i Persiani non riconoscevano la sua autorità]. Erode rispose: - Grande è la potenza del re che vi ha indotti a venire a rendergli omaggio! In verità egli è un re, il Re dei Re! Andate e informatevi, e quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo – [Mt. II 8]. Ora re Erode meditava già in cuor suo il perverso proposito di uccidere il bambino ancora infante e i re di Persia con lui, e diceva: - Ora tutto il mondo mi è sottomesso! – I Magi se ne andarono trovarono la stella che avanzava davanti a loro, fino a fermarsi sopra la grotta. Allora, mutando forma, divenne simile ad una colonna di luce [S2: di fuoco] che andava dalla terra al cielo. Entrati nella grotta, essi trovarono Maria, Giuseppe, e il bambino avvolto nelle fasce e deposto in una mangiatoia. Lo adorarono, offrirono i doni e riverirono Giuseppe e Maria. Giuseppe e Maria erano stupiti di vedere quei tre figli di re, colla tiara in testa, inginocchiati in adorazione davanti al neonato, senza fare alcuna domanda su di lui. Giuseppe e Maria domandarono loro: - Di dove venite voi? – Essi risposero, dicendo: - Veniamo dalla Persia -. Giuseppe e Maria dissero: - Quando avete lasciato la Persia? – Essi dissero: - Ieri sera era festa. Dopo la festa qualche Dio ci disse: "Levatevi e a andate a presentare le vostre offerte al Re che è nato in Giudea." Partiti dalla Persia al canto del gallo [S2: il gallo cantava quando noi ci legavamo le cinture per metterci in cammino], noi siamo giunti ora da voi, alla tredicesima ora del giorno -. Allora Maria prese una fascia di Gesù e la diede a loro, ecc." (cfr. testo arabo)

Continua con la 2° parte

venerdì 27 dicembre 2013

Alla ricerca dell'impossibile. Ecco le mappe del Paradiso

tratto da Il Giornale del 24 dicembre 2012


La British Library pubblica un "atlante" illustrato con tutte le carte dell'Eden: in Persia era un parco di caccia, nel '400 era in Africa

di Aridea Fezzi Price

 

Nostalgia e utopia necessaria all'uomo, sempre altrove, inaccessibile, fuori dal tempo, nella storia della nostra civiltà il Paradiso è stato oggetto di continua ricerca non solo metaforicamente, ma anche come luogo reale potenzialmente identificabile sulla superficie della terra.
Alessandro Scafi, uno studioso appassionato dell'arte della cartografia che insegna Storia della cultura del Medioevo e del Rinascimento al Warburg Institute di Londra da anni si dedica a tappeto allo studio delle mappe del Paradiso esplorando la millenaria ricerca dell'Eden nella tradizione giudeo cristiana senza tralasciare la visione del firdaws e del jannah dell'islam. È nell'antico impero persiano che affondano le radici del termine paradiso: «paridaiza» indicava un parco di caccia per le elites reali, e in seguito «parádeisos» un vasto campo con ruscelli, alberi, fiori e animali per i piaceri dell'aristocrazia. Crollato il grande impero di Ciro sotto la sferza di Alessandro Magno, l'eredità semantica sopravvisse nell'Egitto ellenistico e romano con il greco e l'ebraico in virtù delle traduzioni ordinate da Tolomeo II Filadelfo per arricchire la grande biblioteca di Alessandria, e così fino al «parádeisos en Edem» della Genesi. Radicalmente diverse dalle mappe moderne, fondendo insieme diverse dimensioni temporali - classiche, bibliche, contemporanee - e unendo geografia e storia, le mappae mundi medievali si ponevano come strumenti di meditazione e di arricchimento morale, di qui la difficoltà a descrivere il fascino immenso di queste carte che sotto la lente di ingrandimento costituiscono ognuna e in ogni dettaglio una visione diversa del mondo.
Ci riesce brillantemente Scafi nella sua coltissima rassegna delle Maps of paradise pubblicata in un'elegante edizione illustrata dalla British Library di Londra (pagg. 176, sterline 20). Lo studioso ha compresso anni di ricerche in un erudito distillato di geografia sacra corredando ogni capitolo di un ricco apparato bibliografico.
Emblematica la complessa Hereford Mappa Mundi inglese, attribuita a Richard of Haldingham, un'opera tracciata intorno al 1300 che dipinge un vasto mondi di mostri e meraviglie della natura attingendo a fonti tardo classiche, Plinio in particolare, per illustrare il procedere della «storia» partendo dal paradiso rappresentato come principio in oriente, al mare Mediterraneo che forma l'asse centrale della parte inferiore occidentale della mappa. Della stessa epoca la Ebstorf Mappa Mundi (Germania del Nord) in cui il Giardino dell'Eden è rappresentato in un rettangolo nella parte superiore della carta e che illustra Adamo ed Eva, i quattro fiumi, l'Albero della conoscenza del bene e del male. Affascinante la mappa Catalan Estense (1450-60) in cui l'autore rappresenta l'Eden lungo l'equatore nel Corno d'Africa. In quegli stessi anni il monaco veneziano Fra' Mauro suggerisce l'inaccessibilitá del paradiso come «altrove» ponendo l'Eden in un tondo all'esterno della sua mappa del mondo.
Con la Riforma e la diffusione della geografia tolemaica ritenuta perduta nell'Europa occidentale fino al XV secolo, la funzione cartografica cambia. Con il rapporto spazio tempo definito matematicamente le mappe tolemaiche ignoravano la dimensione storica per prediligere la geografia, come esemplficato nella mappa di Ulm di Lienart Holle, Cosmographia del 1486. I mutamenti teologici incidono sulla rappresentazione del paradiso, per Lutero dopo la Caduta e la maledizione di Dio il giardino dell'Eden è perduto per l'uomo, annullato dal diluvio universale. Dal '500 l'interesse per la geografia sacra si rinnova soprattutto nei circoli protestanti per illustrare alla lettera la Bibbia avviando un nuovo genere cartografico non meno affascinante e intensificando l'antico dibattito sulla ricerca dell'impossibile.

 

 

 

domenica 15 dicembre 2013

Il simbolismo in un cartone animato

di Vito Foschi

Un giorno cercando un cartone animato per il 'capofamiglia', ovvero per il bimbo, mi sono fermato su quello di He-man trasmesso su una tv locale. Erano anni che non lo vedevo, anche se è uno dei pochi di cui ho un ricordo preciso. A parte queste rimembranze, quello che mi ha colpito ad un tratto è stata la presenza sul pettorina del muscoloso eroe di una croce patente rossa. Una croce molto simile a quella templare, ma arrotondata. Sicuramente un caso, nessun intento misterioso da parte degli autori, ma sicuramente una dimostrazione della potenza dei simboli. Alla fine all'eroe si appioppa una croce simil templare. Un altro personaggio del cartone è una specie di maghetto pasticcione, la cui natura è sconosciuta. E' un essere svolazzante apparentemente senza piedi e il cui volto è nascosto da una sciarpa. La curiosità di questo personaggio, spalla comica dell'eroe, è di aver un cerchio disegnata sulla tunica, che sembra richiamare il suo nome che credo fosse Orco. Ma il cerchio può essere anche uno zero e ricordare la carta dei tarocchi chiamato il matto. Un altro caso, un personaggio pazzerello che ha come simbolo lo zero del matto dei tarocchi? Queste le prime riflessioni che mi sono venute in mente, ma ad una seconda analisi mi sono ricordato della tigre che funge da cavalcatura all'eroe. Caratteristica del personaggio è la sua doppia identità, principe imbelle agli occhi di tutti e nascostamente, dopo trasformazione, eroe senza paura e dalla forza erculea. La trasformazione riguarda anche la tigre che accompagna il principe. L'animale agli occhi di tutti è solo un animale da compagnia preda di attacchi di panico, ma dopo la trasformazione diventa la coraggiosa cavalcatura di He-man. Tra l'altro durante la trasformazione acquista anche una sella. Cosa pensare di questa tigre ambivalente? Sappiamo che in genere le cavalcature rappresentano il dominio degli istinti e cavalcarle significa dominare i propri istinti. Quindi il principe imbelle non domina gli istinti e perciò la tigre è vittima di attacchi di panico che sono quelli del principe, mentre quando diventa He-man la tigre è cavalcata e quindi gli istinti domati.
Un altro personaggio curioso, di cui non ricordo il nome è una sorte di maga saggia guida spirituale del gruppo di eroi che ha il potere di trasformarsi in falco e ciò non ci può non ricordare il dio Horus della mitologia Egizia?
Sicuramente tutta una serie di coincidenze, niente di esoterico, testimonianza della potenza viva dei simboli, che spariti dalla cultura ufficiale, vittime del razionalismo e del progressismo si sono rifugiati nella letteratura fantastica. Così mentre la cultura ufficiale continuava a nutrirsi dei suoi paradigmi progressisti, i bambini continuavano ad essere educati ai sacri valori degli eroi, che si chiamino Uomo ragno o He-man e non più di Artù o Orlando.

domenica 8 dicembre 2013

Intervista a Vito Foschi su Fenix















Sul numero di dicembre di Fenix, fra qualche giorno in edicola, potete trovare un'intevista di Simone Leoni e Stefano Ranucci a Vito Foschi sull'Apocalisse di Giovanni.


Atena e il mito di Aracne

di Vito Foschi

La dea Atena, la romana Minerva è dea della sapienza nella mitologia greca, figlia di Zeus che la partorisce già adulta. Fra i tanti miti associati alla dea ci soffermiamo su quello di Aracne che ci permetterà di fare alcune considerazioni. Riassumiamo brevemente il mito.

Aracne era una valente filatrice, che abituandosi ad essere elogiata incominciò a vantarsi di essere non solo la più brava fra i mortali, ma addirittura in grado di gareggiare con gli dei. Atena, dea dai molteplici ingegni, sia muliebri sia guerrieri, protettrice dei filatori, è irritata dalla superbia della donna. Non può sopportare che una comune mortale affermi di essere più brava di una dea nell'arte della tessitura. Sotto forma di vecchia si reca dalla fanciulla e le consiglia di non offendere gli dei. Per tutta risposta Aracne, ribadisce di essere migliore di Atena, al che la dea riprende le sue sembianze e sfida la giovane ad una gara di tessitura. La dea tessé un arazzo rappresentante lo scontro fra Poseidone e la città di Atena, mentre Aracne un'immagine degli amori di Zeus. La dea non potendo ammettere di essere stata sconfitta distrugge l'opera di Aracne e per punirla della sua superbia la trasforma in ragno, costretta a filare in eterno la sua tela. Questo mito evidenzia le capacità muliebri della dea Atena.

La dea è sinonimo di sapienza, tra l'altro nasce dalla testa di Zeus, ma possiede caratteristiche piuttosto varie. È dea guerriera ed è rappresentata spesso con elmo, lancia e scudo. Certo lo scudo potrebbe rappresentare la difesa della sua verginità, quindi potrebbe essere assimilata sempre alle caratteristiche di una dea femminile, ma la lancia è strumento di offesa e quindi questa interpretazione non regge: Atena è anche una dea guerriera. Essendo una dea della sapienza, le sue capacità guerriere non sono guidate dal furore come nel caso del dio Ares, dio della guerra, e la sua protezione è più sulle decisioni tattiche e strategiche. Non a caso è protettrice di Ulisse, soldato valente, ma soprattutto esperto di stratagemmi e in qualche modo diverso dagli altri eroi Achei. Basti pensare al pessimo carattere e all'irascibilità di Achille che lo fa essere rappresentante terreno del dio della guerra.

Ci si chiede perché Atena unisca tutte queste qualità contraddittorie. Il mito di Aracne lega la dea al ragno, che in molte mitologie è legato ai miti della creazione. Il ragno tesse la tela creando un mondo e attende al suo centro lo svolgersi degli eventi. Ogni parte della ragnatela è collegata, ogni elemento della creazione è collegata, come indicato dal famoso detto della tavola Smeraldina, ciò che è in basso è come ciò che è in alto. Il ragno tira le fila della creazione. Ciò fa ritornare in mente un altro mito, quelle delle Parche che governavano il destino degli uomini. Filavano ed ogni filo corrispondeva la vita di un uomo, ne decidevano lo svolgimento e al momento opportuno recidevano il filo, ovvero ponevano termine alla vita dell'uomo. È evidente che le Parche richiamano il simbolismo del ragno.

Qual è il legame fra Atena e il ragno? Atena è una dea che protegge le arti femminili regala l'ulivo alla città di Atene e nello stesso tempo è una vergine guerriera. L’ipotesi più probabile è che la figura della dea sia il risultato di una trasformazione, ad opera dei conquistatori greci, di un’antica divinità femminile adorata da una popolazione organizzata in una società di tipo matriarcale. I greci avendo una cultura patriarcale modificheranno la figura della dea che diverrà figlia di Zeus, ovvero di un dio-padre e quindi sottomessa ad un uomo.

Il legame con il ragno potrebbe lasciar intendere di essere stata, prima della conquista greca, una dea-madre, quindi generatrice del cosmo.

Questo spiegherebbe le varie caratteristiche della dea un misto di una divinità agricola e feconda e di una divinità guerriera, ma mitigata dalla sapienza. Per i greci il dio della guerra è Ares, non a caso una divinità maschile, mentre la bellicosità della dea viene temperata dalla sapienza come si addice ad una divinità femminile. Per i maschilisti greci sarebbe stato inaccettabile una divinità guerriera femminile.

martedì 3 dicembre 2013

Il coraggio di sognare,la vita di Hugo Pratt

Tratto da L'Opinione del 29 novembre 2013

http://www.opinione.it/cultura/2013/11/29/bagatin_cultura-29-11.aspx

di Luca Bagatin

Hugo Pratt, allorquando nel 1967 ideò il personaggio di Corto Maltese, ebbe il coraggio di sognare. Il coraggio di sognare il viaggio, il cammino dell’uomo senza bandiera, senza ideali precostituiti, senza porti sicuri dove rifugiarsi. Il coraggio di rappresentare un eroe-antieroe libertario, che anticiperà quelli che, decenni dopo, diventeranno classici del fumetto moderno quali Dampyr e Dylan Dog. Hugo Pratt e Corto Maltese sono spesso raccontanti dai saggi del professor Luigi Pruneti, scrittore e attuale Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia degli Alam, oltre che appassionato di fumetti e di letteratura del fantastico.Ne “Il coraggio di sognare – Hugo Pratt fra avventura e mistero”, Pruneti ha voluto raccogliere in un unico volume edito da Tipheret, gli atti di due convegni, tenutisi rispettivamente a Forlì nel maggio 2013 ed a Pesaro nel 2010, dedicati al fumetto ed alla figura di Corto Maltese. Convegni presentati dall’amico Pietro Caruso, già direttore della rivista “Il Pensiero Mazziniano”, ed alla presenza di studiosi del fumetto, della letteratura d’avventura e di viaggio. Un saggio, “Il coraggio di sognare”, che attraverso i racconti dei relatori, ci racconta la vita e l’opera di Hugo Pratt, nato a Rimini da un padre di origini inglesi e da una madre veneziana, la cui vita fu una continua avventura, un continuo spostamento da un capo all’altro del globo terrestre.E ci racconta della sua collaborazione al Corriere dei Piccoli e le sue celebri opere che ebbero come protagonista il suo Corto: da “Corte sconta della arcana” a “Favola di Venezia”, passando per “La casa dorata di Samarcanda”, sino alle più recenti collaborazioni con l’amico ed allievo Milo Manara ne “Tutto ricominciò con un’estate indiana” ed “El Gaucho”. Corto Maltese, un libero marinaio, un po’ come fu Hugo Pratt, alla ricerca dell’arcano, del mistero e dell’esoterico. Una ricerca che porterà l’autore a farsi iniziare alla Massoneria della Gran Loggia d’Italia presso la Loggia Hermes di Venezia nel 1976, a cinquant’anni di età, raggiungendo, pochi anni prima di morire, il Quarto Grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, esperienza di cui per molti versi racconterà nelle tavole di “Favola di Venezia”.“Il coraggio di sognare” racconta di questo e analizza gli aspetti culturali e misteriosi del fumetto, ingiustamente ritenuto semplice strumento di sottocultura ed in realtà di grande valore al pari di un saggio, di un’opera teatrale e/o cinematografica ed è davvero una delle poche opere edite in Italia ad affrontare i significati più reconditi dell’opera di Hugo Pratt. Vorrei concludere con un piccolo inciso, a proposito di Hugo Pratt, che purtuttavia è sfuggito ai relatori dei convegni relativi alla sua opera. È un aspetto purtroppo poco conosciuto, che però anni fa quando vidi il film non mi sfuggì. Sto parlando della presenza di Hugo Pratt quale attore nel film noir di Giancarlo Soldi “Nero” del 1992, ovvero tre anni prima della morte di Pratt. “Nero” è tratto dall'omonimo romanzo noir di Tiziano Sclavi, autore del fumetto Dylan Dog e Pratt nel film recita la parte del commissario di polizia Straniero.La presenza nel film di Hugo Pratt è fondamentale, in quanto segna il passaggio del testimone fra l’antico eroe Corto Maltese - il marinaio viaggiatore senza bandiera - ed il nuovo eroe degli anni Novanta e Duemila, Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo pieno di paure e fobie, ma capace di risolvere le angosce delle persone che a lui si rivolgono, in quanto capace di ascoltare il prossimo. E si noti, nel film, come le pareti dell’appartamento dei protagonisti - Federico e Francesca - siano abbellite da stampe tratte proprio dai fumetti di Pratt e Sclavi. Un piccolo cameo che, per gli amanti del fumetto d’avventura e noir, non può certo mancare.

lunedì 2 dicembre 2013

Alcuni cenni alla simbologia femminile del Graal

di Vito Foschi

Il Graal è un simbolo molteplice che racchiude vari significati. È un tramite per la divinità e rappresenta la molteplicità della potenza di Dio. Fra i suoi vari attributi c’è quello di rappresentare il principio creatore e in genere tutto quello che è legato alla vita: guarigione, nascita e rigenerazione. I suoi cantori gli hanno fatto assumere varie forme, calice, pietra, vassoio, ma le sue proprietà di rigenerazione sono costanti. La forma principale con cui è conosciuto il Graal è quello di un calice o in genere un contenitore. Ci soffermeremo su questa forma.
 Se esaminiamo il geroglifico egizio rappresentante la donna vedremo la presenza di un pozzo d’acqua. La donna, sorgente di vita, è legata all’acqua, sorgente di vita per eccellenza ma anche liquido amniotico. Il pozzo d’acqua come grembo materno. Nell’antico Egitto l’acqua assumeva un significato particolare. Le sue capacità agricole dipendevano dalla regolarità delle piene del Nilo. Tutto dipendeva dall’acqua. Non a caso tutte le grandi civiltà si sono sviluppate intorno a corsi d’acqua: il Nilo, il Tevere, il fiume Giallo, il Tigre e l’Eufrate, l’Indo. Nell’antica Mesopotamia una divinità dell’oltretomba chiamata Enki, riempiva di acqua le vasche dei primi templi. Poi semidei in forma di pesce la donavano agli uomini. I fedeli persiani la raccoglievano in anfore e versavano libagioni in coppe approntate dinanzi agli altari. In queste antiche cerimonie religiose, la vasca e il bacile, l’anfora e la coppa rappresentavano la creazione della vita.
Il Graal ha memoria di questi antichi miti. Forse un legame diretto non esiste, ma questi simboli sono universali e portano con sé memoria degli antichi significati. La potenza del simbolo è quella di rappresentare significati universali a tutti gli uomini e di passare indenne attraverso le generazioni umane assumendo nuovi significati ma conservando gli antichi.
Questa simbologia connessa all’origine della vita è indubbiamente legata alla donna e alla sua qualità di generatrice di vita. Il Graal contiene questa simbologia femminile, perché è un dispensatore di vita. In alcune leggende il Graal è legato alla Lancia sanguinante. Il sangue cola nel Calice e la lancia è simbolo maschile per eccellenza. Il Calice, la donna, la lancia, l’uomo, generano la vita e rappresentano l’atto creatore di Dio. Quale migliore rappresentazione della potenza creatrice divina del mistero della generazione di una vita dall’unione di un uomo e di una donna? E, di fatto, in passato quale altro simbolo si poteva utilizzare? Più tardi lo sviluppo della ceramica portò l’immagine di un Dio vasaio. Già nell’antico Egitto fu adottato il simbolo del vaso per significare il verbo creare.
 Il Graal essendo un contenitore possiede anche quest’immagine del vaso come simbolo della creazione divina. Anche il Dio cristiano che crea l’uomo dal fango riprende quella di un dio vasaio. Più tardi nel Medioevo Dio prende il compasso per creare. Il riferimento è all’architettura che allora sviluppava imponenti opere.
Il Graal rappresenta il tutto, perciò racchiude in sé il principio maschile e femminile. A volte reso più esplicito dalla presenza della Sacra Lancia. Simbolo maschile e quindi della guerra. Crea insieme al Graal-donna la vita, ma distrugge i nemici.
Nella tradizione cristiana un collegamento fra la donna e un contenitore esiste nella Litania Lauretana, la Vergine Maria viene descritta come: “Vas sprirituale, vas onorabile, vas insigne devotionis”, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso pregiato di devozione”. La Vergine è descritta come un contenitore, il “contenitore” per eccellenza perché ha custodito il Figlio di Dio.
Un esempio di connessione fra il simbolo del vaso e la donna si ritrova nelle decorazioni della chiesa di S. Vitale a Ravenna in cui la regina Teodora viene accomunata ad un vaso. La metafora è sempre quella della donna come contenitore della vita.
Trattando di generazione, il ricordo di antichi culti legata alla Grande Madre, è evidente. La simbologia femminile del Graal è piuttosto forte a scapito di quella maschile, nonostante il tempo trascorso e l’avvento del cristianesimo e del Dio Padre. Anche per questo il simbolo del Graal, nonostante i tentativi di riportarlo all’ortodossia, rimane fondamentalmente un simbolo eteredosso.
Bibliografia
  • L’avventura del Graal di Andrew Sinclair
  • Il segreto dei geroglifici di Christian Jacq

mercoledì 13 novembre 2013

Lex Aurea 49

Vi segnaliamo il numero 49 della rivista esoterica Lex Aurea che contiene un articolo di Vito Foschi di cui potete leggere altri contributi nel blog. Il link da cui poter scaricare è questo qui:

http://www.fuocosacro.com/pagine/lexaurea/lexaurea49.pdf

lunedì 11 novembre 2013

DANTE E LA “DOTTRINA CHE S’ASCONDE / SOTTO ’L VELAME DE LI VERSI STRANI”

tratto da L'Indipendenza del 10 giugno 2012
http://www.lindipendenza.com/dante-galileo-chiesa/

di PAOLO ZANOTTO
 
Per chi, come lo scrivente, respinge i cardini del materialismo storico-dialettico, gli eventi umani non rappresentano unicamente le meccaniche conseguenze di azioni meramente pratiche e contingenti, bensì l’espressione di moti ideali. Sulla base di tale premessa, acquisiscono un’importanza fondamentale le differenti impostazioni culturali; a volte determinate, certamente, da cause immanenti, ma latrici di istanze universali. La formazione culturale di un individuo, come ben sanno coloro che hanno monopolizzato il settore dell’istruzione e dell’informazione, risulta decisiva. A contribuirvi concorrono numerose concause, fra le quali quelle di carattere esplicitamente politico-sociale non rappresentano che una semplice porzione. Al fianco dell’influsso esercitato da filosofi, politologi, politici, giornalisti, c’è quello giocato da poeti, romanzieri, scienziati. 
Per coloro che respingono un indottrinamento da parte delle correnti di pensiero dominanti quest’ultimo si rivela come il più subdolo ed insidioso, giacché alcune teorie scacciate dalla porta potrebbero fare il loro pericoloso ingresso dallo spiraglio di una finestra lasciata socchiusa sul retro.
A tale proposito si è inteso tracciare una sorta di lista dei “buoni” e dei “cattivi” maestri, che possa rivelarsi d’aiuto nell’ardua impresa di ritagliarsi i margini indispensabili per fare delle buone letture nel poco tempo libero a disposizione, se non di rimediare all’opera di “controformazione”. Si tratta di una lista senza pretese, in quanto chi scrive non s’illude certo di possedere gli strumenti adeguati per suggerire alcunché a nessuno, se non a se stesso. Essa si configura, allora, come una riflessione a voce alta; quasi come una sorta di divertissement, al quale ciascuno possa contribuire in un esercizio corale (perché no?) per accrescere questo elenco, del quale il presente articolo costituisce soltanto l’incipit di una serie limitata.
I nomi famosi che hanno contribuito a segnare, nel bene o nel male, pietre miliari della storia umana sono numerosi. Per non attribuire ai ritratti una connotazione eminentemente “negativa”, si è pensato di prendere le mosse da un esempio alto e imprescindibile: Dante Alighieri. Tuttavia, l’insidia procede dalla deviazione. È lì, pertanto, che occorre soffermarsi. Pensando alle teorie da criticare, la mente spazia velocemente (la Verità è unica, l’errore molteplice). Ecco che sopraggiungono, fra i primi, i nomi di Martin Luther (sia il “re” che il monaco agostiniano); Sigmund Freud, il padre della psicanalisi; Arnold Toynbee, il morfologo della Storia, di cui bisognerà senza dubbio occuparsi. Innanzi tutto, però, hanno influito sui recenti avvenimenti politico-sociali alcuni personaggi che vengono solitamente indicati come capisaldi indiscussi del moderno pensiero occidentale: nobili scienziati o filantropi disinteressati e impegnati nel tentativo di emancipare l’Uomo dalle catene che lo imprigionano dall’eternità. E, forse, si riuscirà a far emergere come non tutto ciò che luccica è oro.

La Commedia oltre Benigni
«Io veggio ben che giammai non si sazia / Nostro intelletto, se il Ver non lo illustra, / Di fuor del qual nessun vero si spazia». Dante Alighieri, Paradiso, IV, 124-126. 
Tutti rammentano — anche perché ne è stato fatto un caso nazionale — le performance catodiche di Roberto Benigni in prima serata, nelle quali il comico toscano recitò alcuni versi scritti dal suo celebre compatriota Dante Alighieri. Ma ben prima che Benigni scoprisse che esisteva la Divina Commedia e si piccasse di farne scempio in diretta televisiva (checché ne pensino stimati ingegni, questo rimane un modesto giudizio personale), qualcun altro aveva già pronunciato la propria Lectura Dantis di fronte a ben altro uditorio rispetto a quello che affolla i programmi della TV di Stato. Si trattava di Luigi Valli, docente di filosofia morale presso l’Università di Roma, che il giorno 4 marzo del 1906 illustrò ad un folta platea il canto XIX del Paradiso nella sala del Collegio Nazareno. Negli anni seguenti, il Valli avrebbe scritto numerose opere nelle quali si esponeva “Il linguaggio segreto di Dante e dei «Fedeli d’Amore»”, come recitava il suo ultimo e più completo lavoro, pubblicato a Roma nel 1928 dalle edizioni Optima.
Con tali studi, pur non abbandonando il metodo storico d’impronta positivistica, egli si poneva nel solco dell’interpretazione “tradizionale” dell’opera dantesca. In Italia, gli inziatori di questo filone — che privilegiava il messaggio “esoterico”, recuperando lo spirito in voga nel Medioevo — erano stati in modo particolare Michelangelo Caetani e Giovanni Pascoli. Nel 1852, infatti, Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, aveva pubblicato una breve nota, di una ventina di pagine, intitolata “Della dottrina che si asconde nell’ottavo e nono canto dell’Inferno della Commedia di Dante Alighieri”, uscita a Roma presso l’editore Menicanti, cui sarebbero seguite altre ricerche nella medesima direzione. Quarant’anni più tardi, il Pascoli aveva raccolto questa singolare interpretazione del Poema Sacro in opere come Minerva Oscura, Sotto il Velame o La mirabile visione. In esse il poeta romagnolo dava conto degli aspetti esoterici dell’opera scritta dall’Alighieri.
Lo studio del Valli, unico per concezione e per metodologia di costruzione, giungeva a compimento di alcune ricerche che già da lungo tempo il docente romano portava avanti. Il libro, poi, sarebbe stato integrato, due anni più tardi, da un secondo scritto dedicato alle «Discussioni e note aggiunte»; entrambe le opere, pubblicate in un unico volume nel 1994 dalla casa editrice Luni di Milano, sono state ristampate. Il lavoro del Valli s’interrompeva qui, sopraggiungendo la morte improvvisa nel 1931. Il suo grande merito rimane quello di aver fornito una chiave interpretativa «prossima a un metodo matematico», secondo le sue stesse parole, di quei poemi ed oscurissimi scritti composti dai maggiori uomini di lettere d’epoca medioevale: Guinizelli, Cavalcanti, Boccaccio, Petrarca ed altri ancora, oltre allo stesso Dante.
Nel 1925 anche il celebre iniziato René Guénon si era interessato a questi studi dedicati alla Divina Commedia, prendendo le mosse da alcuni scritti che il cattolico francese Eugéne Aroux aveva steso a partire dal 1854, ispirandosi a sua volta alle intuizioni avute da Ugo Foscolo e Gabriele Rossetti. Pur senza alcuna pretesa di sistematicità, dopo aver esaminato le analogie e le corrispondenze con gli ordini cavallereschi, il Rosicrucianesimo, l’ermetismo, l’Islam e fedele al principio secondo il quale le somiglianze, in realtà, dimostrerebbero unicamente «l’unità dottrinale comune a tutte le tradizioni», il Guénon procedeva ad una geometrica esposizione del simbolismo intrinseco ad alcuni temi cruciali dell’opera scritta dal grande poeta fiorentino: i tre mondi, i numeri, il tempo. L’Inferno appariva, così, come ricapitolazione di quegli stati che precedono logicamente la condizione umana, nonché quale manifestazione delle possibilità di ordine inferiore che l’essere reca ancora dentro di sé. Il Purgatorio veniva dipinto, invece, quale prolungamento dello stato umano ed il Paradiso come ascesa agli stati superiori dell’essere. Sulla stessa linea, il celeberrimo «mezzo del cammin di nostra vita» diveniva occasione per una magistrale spiegazione del “centro” secondo un simbolismo che si rifletteva, con perfetta simmetria, nel tempo e nello spazio, nella dottrina dei cicli cosmici basata sulla precessione degli equinozi e nella struttura tripartita dell’universo dantesco.
Sempre nella medesima prospettiva andrebbero inquadrate anche le riflessioni che egli fece in relazione ai famosi versi: «O voi, che avete gl’intelletti sani, / Mirate la dottrina che s’asconde / Sotto il velame degli versi strani» (Inferno, IX, 61-63). Secondo quanto affermato dal noto scrittore Alfredo Cattabiani, recentemente scomparso, anche qui Guénon proiettava le proprie idee ed impressioni riguardo all’opera dantesca, la quale del resto continua tutt’oggi a suscitare svariate considerazioni a causa del proprio legame con l’associazione della «Fede santa» — della quale il poeta fiorentino sembra fosse una delle guide — con l’ermetismo e perfino con la tradizione islamica; gli spunti “arabi” contenuti in quell’opera formidabile di allegoria cristiana, così attentamente rilevati anche dal Padre Asin Palacios fin dai primi del secolo scorso, sono la testimonianza di una profonda e rispettosa relazione fra civiltà cristiana e mondo musulmano, confermata anche dalle analogie fra il “viaggio” dantesco dall’Inferno al Paradiso sia rispetto a quello che è possibile ritrovare nel Kitâb el-isrà (Libro del viaggio notturno che fece Maometto), sia alle Fûtûhât el-Mekkihah (Rivelazioni della Mecca) di Mohyîddîn ibn ’Arabî: opere pubblicate circa ottant’anni prima della Divina Commedia.
Tali considerazioni dischiudevano problematiche di portata talmente ampia e profonda che la loro comprensione potrebbe arrivare a mettere in discussione perfino alcuni dei cardini su cui si fonda la scienza moderna. Dalle criptiche parole di Dante, infatti, è possibile evincere talune informazioni sia di ordine fisico che metafisico, intendendosi con il termine “metafisico” — secondo l’etimo stesso, prezioso in simili congiunture — ciò che va “al di là della natura”, ossia “soprannaturale” nel senso più pregnante del termine. D’altronde, in un “viaggio ultraterreno” le implicazioni di ordine metafisico sono quelle in cui è più logico imbattersi. Tuttavia, la loro complessità è tale che non concede una trattazione sintetica e, tanto meno, divulgativa.
Per quanto, senza dubbio, ciò non abbia minimamente sfiorato la mente del Benigni — troppo intento a dimostrare sofisticamente, a uomini di Chiesa, il valore evocativo dell’imprecazione per quei “maledetti toscani” di cui egli è insigne rappresentante — la dottrina esposta da Dante è ben lungi dall’esaurirsi in una tanto materiale celebrazione della donna e dell’amore passionale. Al contrario, il valore simbolico delle allegorie contenute nella Commedia è talmente portentoso che l’effetto plastico della poesia altro non si rivela se non opportuno filtro artistico il quale, solo, può esprimere in maniera tanto immediata e compiuta una così complessa verità. Chi, infatti, consideri le terzine dantesche come una semplice fantasia non ne coglie affatto il reale significato, osservava giustamente Titus Burckhardt. Allo stesso modo, chi anche ne riconoscesse il contenuto dottrinario riducendola, però, soltanto ad una costruzione concettuale sotto forma di poema non le renderebbe giustizia. La Commedia è ben altro che Sigieri di Brabante messo in rima. Essa è pura arte sacra. Qui l’artista non è “inventore”, ma semplice “tramite” (metaxú avrebbe detto Platone) fra il mondo sensibile e la verità superiore che percepisce. Qui i versi non scaturiscono da una mera ispirazione, bensì da una vera e propria “illuminazione”. Ma questo i Benigni che popolano gli studi televisivi in prima serata, per quanto si sforzino in un esercizio mnemonico sul XXXIII canto del Paradiso, non potranno mai arrivare a comprenderlo se non mutano prospettiva d’osservazione.
Ma, tornando alle implicazioni teoriche di cui si diceva, conviene osservare qualcuna di esse più nel dettaglio. Per quanto il rischio di eccessiva semplificazione riguardi anche le tematiche più prossime alla realtà sensibile, in questo caso si può perlomeno tentare di abbozzare alcune considerazioni in merito ad un unico esempio. Sia concessa, dunque, una breve digressione. È stato osservato come, nonostante l’”ingenuità scientifica” del sistema geocentrico, che viene espresso nella Divina Commedia con l’immagine delle “sfere celesti”, a tale ipotesi cosmologica inerisca pur sempre un profondo realismo metafisico. Il sistema tolemaico, del resto, godeva di una notevole chiarezza spirituale. Per l’epoca in cui esso venne utilizzato, la sua rispondenza scientifica era perfettamente soddisfacente, in quanto forniva una risposta a tutti i quesiti che l’osservazione del mondo naturale suscitava ed è fin troppo evidente che la “scientificità” non può certo avere un grado maggiore. Essa deterrà sempre e comunque, in maniera inevitabile, un carattere unicamente provvisorio. La validità relativa di un sistema del mondo si basa sulla sua unità logica, mentre la sua portata spirituale si fonda sulla sua simbologia. Pertanto, si deve concludere che la Chiesa cattolica, quando pretendeva che Galileo presentasse le proprie teorie relative al moto della terra e del sole come semplici ipotesi, anziché quali verità definitive ed inconfutabili, aveva senza dubbio le sue buone ragioni. Da un punto di vista assoluto, infatti, il sistema elaborato da Copernico non poteva essere nulla di più che una semplice congettura ipotetica, come hanno dimostrato tesi successive (non ultima la ‘relatività’ einsteiniana che, per chi le attribuisca un qualche valore, l’ha confutato). D’altronde, il compito principale della Chiesa consisteva nella salvaguardia di una visione spiritualmente veritiera del mondo. E tale esigenza trovava piena soddisfazione nel sistema omocentrico, che preservava dal pericolo derivante da una concezione puramente matematico-meccanicistica delle cose.
Occorre, a questo punto, cogliere lo spunto per formulare qualche considerazione di tipo storico. Troppo raramente viene rilevato come l’autorità ecclesiastica non abbia ripudiato la teoria eliocentrica al momento della sua formulazione da parte di Copernico, bensì solo ottant’anni più tardi quando se ne appropriò Galilei, peraltro senza aggiungervi alcun particolare significativo ai fini della sua dimostrazione scientifica. Va, anzi, incidentalmente rilevato come, prima ancora che a Copernico, la teoria rimontasse ad Iceta di Siracusa. Inoltre, con l’immagine dei cori angelici roteanti attorno al centro divino, Dante medesimo anticipava il senso del sistema eliocentrico: per dirla con Aristotele, la fonte di ogni luce è, al tempo stesso, il “motore immobile” dell’ordinamento cosmico. A tal proposito, non bisogna mai perdere di vista la quadruplice possibilità interpretativa di un testo: Gerusalemme, che in senso letterale è una città della Palestina; allegoricamente rappresenta l’immagine della Chiesa; moralmente diviene l’anima credente; e anagogicamente costituisce la Gerusalemme celeste, archetipo dell’anima e del mondo, contenuto nello spirito divino, per non limitarsi che ad un esempio classico.
Il conflitto fra Galileo e la Chiesa, assai meno eroico di quanto non abbia tramandato la vulgata agiografica e romanzata, verteva dunque su questioni di ordine teologico, àmbito chiamato in causa dallo stesso pisano. Con i suoi violenti attacchi alla Curia, che stimolava a prendere una posizione in merito, Galileo suscitò le reazioni vaticane; ma alla conciliante proposta del pontefice Urbano VII, che suggeriva di presentare l’eliocentrismo semplicemente come una tesi matematicamente sostenibile anziché come la verità assoluta, lo scienziato replicò in maniera sprezzante nel suo “Dialogo sui massimi sistemi”, raffigurando il papa come un ignorante.
Rammento ancora un’inchiesta apparsa giovedì nel gennaio del 1999 sul «Corriere della Sera». Una pagina intera dell’illustre quotidiano milanese era dedicata ad un sondaggio svolto fra vari esponenti, più o meno noti, della “cultura” italiana, con cui s’intendeva decretare «l’italiano del millennio». Fra gli intervistati v’era anche un architetto che — segno dei tempi — votava per Galileo «perché con lui la scienza abbandona la metafisica». Appunto…

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ESSENZIALI:

BURCKHARDT, Titus, Riflessioni sulla «Divina Commedia» di Dante, espressione della saggezza tradizionale, in ID., Scienza moderna e saggezza tradizionale, Borla editore, Torino-Leumann 1968, cap. 5, pp. 127-153.
CONTRO, Primo, Dante templare e alchimista. La Pietra Filosofale nella Divina Commedia. Inferno, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 1998.
GUÉNON, René, L’esoterismo di Dante, Adelphi Edizioni, Milano 2002.
LERMIGEAUX, Jacques, Il caso Galileo, Centro Culturale San Giorgio, Ferrara 2002.
MINGUZZI, Edy, L’enigma forte. Il codice occulto della Divina Commedia, ECIG (Edizioni Culturali Internazionali Genova), Genova 1988.
PASCOLI, Giovanni, Conferenze e Studi Danteschi, Zanichelli, Bologna 1914.
RICOLFI, Alfonso, Studi sui Fedeli d’Amore. Dai poeti di corte a Dante. Simboli e linguaggio segreto, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 1997.
VALLI, Luigi, Lectura Dantis, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1981.
—, L’allegoria di Dante secondo Giovanni Pascoli, Zanichelli, Bologna 1922.
—, Il segreto della Croce e dell’Aquila nella Divina Commedia, Luni Editrice, Milano 1996.
—, Lo schema segreto del Poema Sacro, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 1998.
—, Il linguaggio segreto di Dante e dei «Fedeli d’Amore», Luni Editrice, Milano 1994.

domenica 10 novembre 2013

Ex Orfanatrofio in prov. di Brescia

tratto da http://www.hesperya.net/le-indagini/ex-orfanotrofio-prov-di-bs/

Data: 24 Giugno 2012

di Roberta Faliva

La stanza andata in fiamme
La stanza andata in fiamme
Poche sono le certezze riguardo a questo luogo: un edificio degli anni ’60, ora in stato di abbandono, ex orfanatrofio gestito al tempo da un ordine di suore e successivamente colonia estiva fino alla chiusura definitiva nel 1992. La storia di questo luogo è davvero misteriosa. Al tempo trapelarono notizie di strani fatti che riguardavano abusi e strani riti dietro quelle mura apparentemente tranquille e serene. Scattarono delle denunce e alcuni giornali parlarono di questi avvenimenti, tanto che controlli più assidui portarono all’allontanamento dalla struttura di alcune persone, e non solo adulti. Ed è proprio qui che comincia la parte più oscura della storia: la notte del 19 novembre 1977 in quella casa divampò un incendio causato, stando a ciò che scrissero i giornali, da un cortocircuito. atore sentirete, purtroppo, in sottofondo dei campanacci di mucche al pascolo.




Differenti furono però le voci che si sparsero tra la gente: c’è chi dava la colpa a una stufa, chi parlò di ritorsione ai danni di qualche figura troppo compromessa, chi menzionò persino il fenomeno dell’autocombustione. Fatto sta che in quella notte 5 dei 27 bambini subirono delle ustioni, una suora venne salvata con qualche ferita e una bambina rimase uccisa. Il suo nome era Lucilla e aveva 11 anni. Alcuni raccontarono che non riuscì a svegliarsi in tempo, altri dissero che urlò inutilmente aiuto. Rimane il fatto che chi ancora oggi entra in quelle stanze racconta di percepire sensazioni spiacevoli e di sentire un pianto infantile. Può essere una leggenda e può giocare un ruolo importante anche la suggestione, anche se tra quelle camere ve ne è una completamente bruciata atto fatto, dicono, dai ragazzi della zona a perenne monito per non dimenticare.La nostra indagine nell’ex orfanatrofio è iniziata nel tardo pomeriggio con il supporto dei nostri strumenti: K2, rilevatore EMF, registratore digitale, videocamere e fotocamere. Dopo una prima ispezione del luogo abbiamo iniziato le rilevazioni.Primo fatto anomalo riscontrato è stato la visone di un’ombra molto particolare. Il nostro collaboratore Stefano stava scattando delle fotografie quando, nel momento di mettere a fuoco, vede attraverso il mirino della macchina un’ombra che attraversa tranquillamente il corridoio. La descrizione del fenomeno è davvero singolare: la sagoma vista ricorda perfettamente quella di una suora.Secondo fatto anomalo è stato rilevato in una stanza all’ultimo piano dell’edificio. Dopo una sessione di EVP il K2 si è inspiegabilmente acceso fino a metà scala. La terza anomalia si è verificata nella stanza bruciata. Tutti i partecipanti all’indagine erano presenti mentre si stavano effettuando rilevamenti. Improvvisamente si sono sentiti dei passi fuori nel lungo corridoio che porta alla camera ma, subito usciti per controllare, non si è trovato nulla che potesse aver provocato tale rumore.Infine l’ultima anomalia si è riscontrata nell’analisi delle registrazioni. In un EVP si sente chiaramente un colpo al termine della domanda “Puoi darci un segno della tua presenza?” per poi proseguire con un rumore associabile ad un lamento.

Qui di seguito potete ascoltare il particolare della registrazione EVP sopra descritta (si consiglia l’ascolto con l’uso delle cuffie); data la sensibilità del microfono del registratore sentirete, purtroppo, in sottofondo dei campanacci di mucche al pascolo.

https://soundcloud.com/hesperya/domanda-rumore

venerdì 1 novembre 2013

Esoterismo e letteratura

Riportiamo il famoso passo di Dante Alighieri:

« O voi ch’avete l’intelletti sani

Mirate la dottrina che s’asconde

 Sotto il velame delli versi strani! »

(Inf. IX, 61-63)


E adesso l'introduzione al Gargantua scritta dallo stesso Rabelais:

"Vedeste mai un cane trovare un osso midollato? Il cane è, come dice Platone (Lib. II De Rep.) la bestia più filosofa del mondo. Se l'avete visto avrete potuto osservare con quale devozione lo guata, con qual cura lo vigila, con qual fervore lo tiene, con quale prudenza lo addenta, con quale voluttà lo stritola e con quale passione lo sugge. Perché? Con quale speranza lo studia? Quale bene ne attende? Un po' di midolla e nulla più. Ma quel poco è più delizioso del molto di ogni altra cosa, perché la midolla è alimento elaborato da natura a perfezione, come dice Galeno (III, Facult. Nat. e XI, De usu partium). All'esempio del cane vi conviene esser saggi nel fiutare assaporare e giudicare questi bei libri d'alto sugo, esser leggeri nell'avvicinarli, ma arditi nell'approfondirli. Poi con attenta lettura e meditazione frequente rompere l'osso e succhiarne la sostanziosa midolla, vale a dire il contenuto di questi simboli pitagorici, con certa speranza d'esservi fatti destri e prodi alla detta lettura."

Ambedue gli autori fanno riferimento a dottrine segrete che si nasconderebbero l'apparenza di un testo letterario. Al lettore il commento.

domenica 27 ottobre 2013

Riflessioni sugli Ufo



di Vito Foschi

In questo breve scritto non farò né una trattazione storica, né cercherò di proporre una soluzione al mistero degli Ufo, ma farò alcune semplici considerazioni. Innanzitutto vorrei porre l’accento sulla definizione della parola Ufo. Ufo è l’acronimo di Unidentified flight object, cioè oggetto volante non identificato, come molti di voi sapranno. Perché questa precisazione? Per il semplice motivo che spesso si tende a considerare Ufo come sinonimo di alieno il che non è. È vero che storicamente il termine Ufo è nato in concomitanza di avvistamenti dei famosi dischi volanti, flying saucers, in inglese, alla fine degli anni quaranta del secolo scorso, epoca a cui si fa risalire la nascita della moderna ufologia. Ma anche con i dischi volanti rimaniamo sempre nell’ambito degli oggetti volanti non identificati. Il termine Ufo è piuttosto preciso ed indica una precisa realtà: quelli degli oggetti volanti non identificati. Un qualsiasi oggetto che voli e che non sia facilmente identificabile rientra in questa categoria. Per esempio è buio e vedo volteggiare un pallone sonda e non lo riconosco come tale, quello costituisce un Ufo a tutti gli effetti. Quindi nulla di misterioso o di alieno, ma bensì un fenomeno reale. Chiedersi se si crede o meno agli Ufo è una frase priva di senso, è come chiedersi se si crede all’esistenza di delitti. Il problema semmai viene dopo, una volta avvistato un Ufo, ed è quello di spiegare di cosa si tratti. Per questo ho fatto l’esempio dei delitti: il delitto c’è ed è ben reale, l’Ufo, a volte si scopre il colpevole, ovvero un fenomeno atmosferico, un pallone sonda o altro, ma in altri casi il colpevole rimane sconosciuto, ovvero l’origine dell’Ufo rimane incognita. La percentuale di “casi risolti” per gli Ufo supera mediamente il 90%, il restante resta di origine sconosciuta. Ed in questi casi irrisolti che qualcuno ha proposto come soluzione una possibile origine extraterrestre. Ho voluto fare questa distinzione perché molti confondono le due cose che come visto sono ben diverse. Da un lato un fenomeno reale che ha anche i suoi risvolti sulla sicurezza dei cittadini, se cade un meteorite bene non fa, e dall’altra parte, un’ipotesi. Il problema degli Ufo è un problema scientifico è come tale va affrontato. Come ho già detto può riguardare la sicurezza dei cittadini ed in particolare il traffico aereo: immaginate un pallone sonda che gironzoli su un aeroporto. In alcuni casi gli Ufo sono originati da fenomeni atmosferici rari, come per esempio i fulmini globulari, che come dice la denominazione, sono dei fulmini dalla strana forma rotonda, che tra parentesi alcuni considerano all’origine dei cerchi nel grano (vedi il mio articolo). Finora è rimasta una percentuale piccola, ma consistente di avvistamenti non spiegati. Possono essere di origine extraterrestre? Chi lo sa. Certo a sfavore di questa ipotesi esiste la limitazione dell’invalicabilità della velocità della luce che rende impossibile il viaggio interstellare. D’altro canto nuove teorie stanno mettendo in crisi la teoria della relatività di Einstein. Anzi, scoperta recente per me, esistono vari scienziati che non accettano la teoria dello scienziato di origini tedesche, anche se al grande pubblico viene fatto credere che si tratti di verità incontestabili. Anche superando questo limite, rimane il problema forse ancora più grande di come fra miliardi di stelle, i cosiddetti visitatori dallo spazio ci possano trovare. Certo da quando esiste la comunicazione radio abbiamo emesso onde elettromagnetiche che si sono in parte disperse nel cosmo. Che queste siano potute arrivare all’orecchio o organo equivalente di abitanti di altri mondi?
A questo punto verrebbe da chiedersi perché non si mostrano? Per paura di spaventarci e di crearci uno shock psicologico tremendo come i fautori della cospirazione del silenzio vanno predicando? Forse come in Star Trek, quando scoprono una popolazione che ancora non ha ancora scoperto il volo spaziale si astengono da prendere contatto? E allora perché le visite di soppiatto? Si tratta di turisti in cerca di emozioni forti?
La mia breve discussione finisce qui con forse più interrogativi che risposte. Spero di aver stimolato la vostra curiosità.

sabato 19 ottobre 2013

Archeologia, la città della Sibilla svela i resti della prima cucina greca d'Italia

tratto da Il Giornale del 10 ottobre 2013

A Cuma, la più antica colonia ellenica del Mediterraneo occidentale, rinvenuti alcuni focolari in ceramica dell'ottavo secolo avanti Cristo. La scoperta si deve a uno scavo realizzato dal cantiere scuola dell'Università Orientale di Napoli nel quale opera un centinaio di studenti italiani e stranieri

di  Vincenzo Pricolo

Sotto l'insediamento romano di Cuma sono emersi i resti di quella che fu la prima colonia greca d'Occidente, fondata quasi tremila anni fa. Tra i resti più rilevanti, scoperti grazie al lavoro di un gruppo di archeologi dell'Università Orientale di Napoli guidati da Matteo D'Acunto, un ambiente adoperato come cucina che conserva una sequenza di focolari, succedutisi nel corso del tempo. Il più antico dei quali presenta un piano refrattario realizzato con frammenti ceramici in stile geometrico dell'ultimo quarto dell'VIII secolo avanti Cristo. «Sotto una stratificazione di centinaia di anni di storia, ad appena tre metri e mezzo di profondità, al di sotto delle case romane - spiega D'Acunto in una nota - si conservano intatte le abitazioni di quel gruppo di greci che, avventurandosi in Italia meridionale alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo, ha segnato la storia dell'Occidente, tra l'altro trasmettendo ai Latini l'alfabeto che sarebbe divenuto di gran lunga il più adoperato di tutto il continente. Proprio in questi giorni stiamo scavando un'abitazione risalente alla seconda metà dell'VIII-VII secolo avanti Cristo, con i focolari ben conservati e i vasi domestici un tempo adoperati per cucinare, mangiare e bere».
Sotto l'egida della Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei, lo scavo dell'Orientale si svolge nell'area del Parco archeologico di Cuma, nella città bassa, più in particolare, nel settore compreso tra il Foro e le mura settentrionali della città antica, settore interessato da una continuità abitativa nel tempo, dalla fondazione della colonia greca fino all'abbandono della città romana, avvenuto agli inizi del VI secolo dopo Cristo.
Secondo la leggenda, i fondatori di Cuma furono gli Eubei di Calcide, che sotto la guida di Ippocle di Cuma (è incerto se si trattasse di Cuma Euboica o di Cuma Eolica ma probabilmente si tratta della prima) e Megastene di Calcide, scelsero di approdare in quel punto della costa perché attratti dal volo di una colomba o secondo altri da un fragore di cembali.
Tali fondatori trovarono un terreno particolarmente fertile ai margini della pianura campana. Pur continuando le loro tradizioni marinare e commerciali, i coloni di Cuma rafforzarono il loro potere politico ed economico sull'agricoltura. Oltre che sul grande prestigio di cui godeva la Sibilla, la sacerdotessa veggente che lungo i secoli fu impersonata dalle vergini consacrate ad Apollo che svolgevano i loro culti presso il vicino Lago d'Averno.
Col passare del tempo, Cuma stabilì il suo predominio su quasi tutto il litorale campano fino a Punta Campanella, raggiungendo il massimo della sua potenza nel 524 avanti Cristo, quando gli Etruschi di Capua formarono una lega con altre popolazioni per conquistarla ma furono sconfitti grazie all'abilità strategica del tiranno Aristodemo detto Màlaco.
Lo scavo dell'Orientale sta mettendo in luce un vero e proprio palinsesto di tutta la storia della città antica, in particolare della sua quotidianità: un quartiere centrale della città con le sue strade e le abitazioni che restituiscono gli utensili e il vasellame domestico. Si tratta di uno spaccato delle trasformazioni nel modo di vivere e nella cultura materiale dalla città greca a quella romana. Lo scavo si svolge come cantiere-scuola che prevede la partecipazione di oltre 100 studenti dell'Orientale e di altre università italiane e straniere. «Stiamo lavorando - sottolinea D'Acunto - con il pieno coinvolgimento di una ventina di collaboratori, tra assegnisti, specialisti, laureati e laureandi al monumentale progetto di pubblicazione scientifica del complesso che, per primo nella storia della ricerca a Cuma, offrirà un panorama diacronico di tutta la sua vita».
 

martedì 15 ottobre 2013

La mitologia del Kalevala


La mitologia del Kalevala è la traduzione del saggio del professor Juha Pentikäinen Kalevalan maailma. Con l’edizione americana (Kalevala Mythology) ha ottenuto il celebre Premio Internazionale di Etnostoria Pitré-Salomone Marino, il Nobel dell’Antropologia Culturale. Si tratta di uno dei più dettagliati studi interdisciplinari sul Kalevala, il poema epico finlandese pubblicato dall’etnologo Elias Lönnrot nel 1835. Il saggio di Pentikäinen rivela i complessi processi culturali che hanno reso il Kalevala un classico della letteratura mondiale. Tratta inoltre: la nascita degli studi folklorici e mitologici in Finlandia, le personali ideologie di Elias Lönnrot e i suoi viaggi etnografici, l’importanza dei più celebri cantori (alcuni dei quali incontrati personalmente dall’autore), il successo del Kalevala in patria e all’estero, l’importanza del poema per il futuro movimento indipendentista. Diversi capitoli di questo splendido saggio sono dedicati all’interpretazione del contenuto mitologico dei canti e le teorie di Pentikäinen evidenziano l’importanza dei contenuti magici e sciamanici nell’epica finnica. Egli ha svolto ricerche approfondite con gli sciamani siberiani e il prestigioso Chicago Folklore Price (1978) ha premiato un suo saggio sui canti della cantrice Marina Takalo.
La Mitologia del Kalevala è diventato un classico non solo per coloro che sono interessati alla mitologia finnica, ma anche per chi vuole comprendere il ruolo dell’epica nelle complesse dinamiche culturali del Romanticismo.


Sostanzialmente si tratta di un saggio multidisciplinare, che sfrutta i punti di vista della critica letteraria, della storia, dell'antropologia, per illustrare come e perché sia nato un unicum letterario come il poema di Lönnrot. Perché esso sia nato proprio in Finlandia. Perché sia nato proprio in un momento storico come il Romanticismo. Il volume è riccamente annotato; vi sono 5 appendici; un'introduzione del professore americano Ben Amos; 35 illustrazioni. Si tratta di una pubblicazione di grande formato (15x23 cm, come i bestseller americani) e cartonata. 328 pagine. Prezzo di copertina € 18,90. La traduzione italiana è l'ultima in ordine di tempo e, a quanto pare, anche la più aggiornata. Il testo riporta numerosi stralci della corrispondenza di Lönnrot (mai tradotti prima in Italia), più parecchi versi della classica traduzione italiana del Kalevala di Emilio Pavolini e altri versi tratti dal Vecchio Kalevala del 1835 (mai tradotto).
L'autore del saggio (accompagnato dal traduttore Vesa Matteo Piludu) sarà in Italia per un primo "tour" di presentazioni dal 20 al 28 ottobre. Il ciclo inizierà a Torino (Teatro Vittoria) e terminerà presso il Tirtha di Verona (via Tremolè 18 - Pescantina) il giorno 28 alle ore 20,30.


domenica 13 ottobre 2013

Quei fantasmi all'ombra della Madonnina

tratto da Il Giornale del 27/09/2011

Un volume racconta i misteri e i segreti che si nascondono negli angoli e negli scorci più caratteristici e più comuni della città. Una storia di Milano in chiave esoterica che finora mancava in libreria

di Stefano Giani

Milano è città sobria, poco incline - di suo - a cedere alle fantasie. Alle suggestioni. Ai miraggi. Anche quando questi sembrano conferire a palazzi e parchi storie leggendarie di misteri e fantasmi. Eppure la capitale morale ha molte favole da raccontare per stimolare l'immaginazione e solleticare il nervo debole di chi crede che sì, insomma, i fantasmi esistano davvero. E ora questa letteratura, fatta di tradizioni e forse in parte anche di invenzioni cui è tuttavia suggestivo credere, rivive in un libro che le raccoglie come un romanzo. E narra la vita avventurosa di Milano ultra sensoriale. Pochi ufo, anzi zero. Tanti fantasmi e creature ultramondane. Anche in angoli familiari per chi la città la vive e la gira e per i tanti turisti che l'attraversano, guida alla mano, per scoprirne gli scorci più affascinanti. E, perché no, ricchi di fiabesco glamour.
«I fantasmi di Milano» (Newton Compton, pp233, euro 12.90) sono infatti un grande affresco ricomposto da Giovanna Furio, che ha esordito nel 2006 nella narrativa, ma di professione è traduttrice e coltiva la passione dell'esoterismo. Ingredienti determinanti per creare una storia della città come raramente si è vista finora. Nel senso che misteri e leggende fatte di fantasmi ed ectoplasmi hanno affollato incidentalmente molti altri volumi che hanno reso il capoluogo lombardo il loro soggetto specifico, ma disperdendosi per così dire in mille rivoli che nelle pagine della Furio ora trovano una coerenza unitaria.
E allora ecco che spunta il mai chiarito interrogativo sulla casa più disabitata della città. Quella che Ignazio Gardella, architetto di fama internazionale, costruì nell'intervallo fra le due guerre. Pieno centro. Con affaccio sul Castello. Non è mai stata abitata. Dicono che sia infestata dai fantasmi e, in assenza di vento o altre correnti, porte si chiudano senza motivo e finestre sbattano senza ragione. Si parla anche di bruschi e improvvisi abbassamenti di temperatura. Di ombre che si aggirano furtive. Di presenze con cui nessuno vuol convivere. Anche oggi è velata dai ponteggi, ma all'interno sembra che nessuno abbia mai voluto stare.
E il Castello sforzesco. Cuore pulsante dell'esoterismo alla meneghina. Dicono che nella notte dei morti, tra l'1 e il 2 novembre, i fantasmi di chi ha abitato quelle nobili mura si aggirino nel parco che lo circonda. Ludovico il Moro, la moglie Beatrice d'Este, l'acerrima nemica Isabella d'Aragona, la pericolosa cognata Bona di Savoia o l'amante Cecilia Gallerani (ritratta da Leonardo come la dama con l'ermellino) sarebbero i volti che popolano quei fazzoletti d'erba.
Per non parlare di Satana, che avrebbe addirittura abitato a Milano. Corso di Porta Romana. Al civico 3. Si nascondeva dietro le fattezze del marchese di Cisterna, al secolo Ludovico Acerbi. Che nel Seicento ne fu il proprietario. E organizzava feste e banchetti mentre la città veniva sterminata dalla peste. La paura si diffondeva pari al contagio e la gente si rintanava in casa convinta di trovare un riparo all'epidemia. L'unico che sfidasse il morbo senza timori era il marchese, presto da tutti ritenuto il diavolo in persona perché solo qualcosa di diabolico poteva permettergli di vivere così sfrontatamente una tragedia in cui era destinato a restare immune all'assalto del virus.



domenica 6 ottobre 2013

Demoni, streghe e case «maledette» Quel che resta della Milano esoterica

tratto da Il Giornale del 06/03/2006

Origini «occulte» anche per Palazzo Imbonati e la Torretta a Sesto San Giovanni

Enrico Groppali

Sarà una maledizione atavica o l’'ennesimo caso fortuito ma, ogni volta che ricorre l’aggettivo «esoterico», prima o poi si materializza l’eterno nemico dell’uomo. Ossia Sua Maestà Belzebù. Il quale, nella città di Sant’'Ambrogio, ha lasciato ben più che qualche rara vestigia del suo passaggio. Anche se la più sconvolgente testimonianza di un culto ereticale che confina col satanismo è oggi rintracciabile fuori porta nella sacra cinta dell’'Abbazia di Chiaravalle. Dove in una tomba (poi svuotata su richiesta dell’autorità ecclesiastica) riposavano i resti mortali di una strega. Detta la Boema o, dal suo nome di nascita, Guglielmina che un giorno approdò vestita di cenci nel capoluogo lombardo. Guglielmina, chi era costei?
Nient'’altro che una monaca eretica che verso il 1260, quando Milano era percorsa dalle orde dei Flagellanti, si staccò clamorosamente dalla Confraternita dei Disciplini della Morte, deputati ad assistere i condannati al supplizio, per fondare una setta «protofemminista» stranamente benvoluta dall’alta società ambrosiana. Nominata al suo fianco, come assistente privilegiata destinata a succederle, la nobile Manfreda (o Maifreda) Visconti che, per amore della santona, smise da un giorno all’'altro l’'abito delle Umiliate. Guglielmina, divenuta guida spirituale di nobili e borghesi, fu presto adorata come la reincarnazione di Cristo.
Ma la Boema non si limitò a ripeterne il viaggio terreno in vesti femminili. Nella sua infiammata oratoria era infatti, di volta in volta, sia il Gesù dei Vangeli che Maria di Nazareth dal momento che, giunta in Italia in compagnia di un figlioletto, a suo dire ben poteva fregiarsi dell’appellativo di Vergine e Madre. Dopo la morte (pare per cause naturali) di questa antesignana di Mamma Ebe che spillava ricche donazioni in nome del rinnovamento della Chiesa, Manfreda proclamata papessa celebrò messa il giorno di Pasqua e annunciò, da fida apostola, l’imminente resurrezione di Guglielmina che tuttavia, prima di rientrare trionfalmente a Milano, si sarebbe recata a Roma a spodestare papa e cardinali, proclamando a gran voce i nomi di quattro nuovi evangelisti nonché liberando il sacerdozio dagli abominevoli signori uomini. Ce n'’era abbastanza, come si vede, perché il Vaticano insorgesse condannando Manfreda al rogo e decretando che le ossa di Guglielmina fossero anch’esse divorate dal fuoco. Il che avvenne, con gran spiegamento di militi, monaci e litanie in Piazza Vetra, luogo deputato per eccellenza al maleficio dove le orride esalazioni dei cadaveri putrefatti degli animali adoperati per la concia delle pelli si confondevano coi miasmi delle carni straziate dei negromanti.
Secondo alcuni studiosi di chiara fama, da tempo i cosiddetti Guglielmiti militerebbero tra gli ebrei radicali della setta dei Dunmeh. Mentre, tra le donne che ne venerano la memoria, c’è chi ritiene che lo spirito della Boema abbia preso stabile dimora nella «Madonna con le corna», il celebre affresco del Foppa a Sant’Eustorgio. Dove, sotto le finte spoglie della Madre di Dio, Guglielmina assurta al cielo della fertilità come la dea adorata dai Galli che un tempo popolavano la Padania, avrebbe assunto gli occulti poteri della Luna che, prima o poi, in un’alba color del sangue, a dire degli attuali seguaci, raderà le case dell’uomo restituendo alle Tenebre la sovranità assoluta.
E veniamo alle «case maledette». Possibile che Milano non ne conti nemmeno una? La nostra risposta è ambigua, dato che l’unico edificio che potrebbe rivendicarne l’investitura, il Palazzo Imbonati di piazza San Fedele, fu raso al suolo per far posto alla Banca Nazionale del Lavoro. Cosa accadde in quelle antiche stanze? Occorre rammentare che il palazzo già nell’anno di grazia 1685 era andato distrutto in seguito, si disse a quel tempo, alla diabolica invettiva, pronunciata in stato di trance, di una componente di quell’antica schiatta nobiliare, condannata a prendere il velo in ossequio all’'inflessibile volontà paterna. Ridotto in cenere, il bellissimo edificio fu presto sontuosamente restaurato al punto di ospitare, nel diciottesimo secolo, l’'Accademia dei Trasformati tra le cui file troviamo i nomi più prestigiosi della cultura lombarda: dal Baretti al Parini fino al Verri e a Cesare Beccaria. Ma le continue vessazioni della monaca che, in piena notte, comminava pene spaventose in vita e castighi infernali in morte a chi vi risiedeva, finirono presto per aver ragione del buon nome dell’avìto palagio.
Tanto che a nulla valse la decisione di murare la stanza dove l’infelice monaca aveva trascorso la prima giovinezza. Perché non solo si moltiplicarono sinistre apparizioni di spettri muniti di catene ma l’ambigua nomea di quel «locus infestatus» attrasse nientemeno che Thomas de Quincey. Il quale, colpito dalla strana luminosità che di notte s’irradiava dal palazzo, lo elesse ad emblema del suo libro «Suspiria de profundis» che, letto e apprezzato tanto tempo dopo dal nostro Dario Argento, doveva ispirargli il celebre Suspiria dove, guarda caso, di case indemoniate si tratta, di casi di magia nera si discute e di non morti che si animano nelle ore notturne si discetta in pieno clima di satanismo nero.
Oggi si dice che le bianche volte dell’'Imbonati, occultate dai vetri lucenti e dagli asettici arredi del Credito bancario, non attirino più questi sinistri simulacri d’'oltretomba. Ma ne siamo proprio sicuri? Infatti, secondo gli occultisti, le cosiddette presenze possono assopirsi per secoli come i vulcani riservandosi di riapparire al momento che giudicano opportuno. Così almeno assicurava, fin dal 1617, uno studioso del calibro di Robert Fludd che nel suo «Macrocosmo» dimostra con esempi probanti che i luoghi insidiati dalle forze del male non sono passibili di rigenerazione. Citando al proposito «l’'antica dimora lombarda denominata Loco de la Toreta sita nei sobborghi di Mediolanum a tutti nota come villa de piaceri e de delizie».
Proprio lo stesso luogo dove si consumò la triste parabola di una gentildonna di impeccabili maniere ma di insani appetiti da tempo accostata, per la crudeltà dei suoi costumi e l’'imprecisato numero delle sue vittime, ad Erszébeth Bathòry, la contessa sanguinaria che in Transilvania, sacrificò al Demonio ben undicimila vergini. Ma dov’era la Torretta, e soprattutto cosa ne rimane oggi come oggi? Situata nei paraggi di Sesto San Giovanni e divenuta irriconoscibile, si presenta né più né meno come un rudere. La splendida dimora nobiliare magnificamente affrescata con scene di caccia, staccate dalle pareti e trafugate negli anni Settanta nel corso di un avvio di restauro subito smentito nei fatti nonostante quel povero resto sia stato dichiarato dallo Stato monumento nazionale, fu teatro - tra il 1578 e la prima decade del Seicento - dei capricci perversi di Delia, vedova del conte Giovanni Anguissola ma figlia di un personaggio efferato come Leonardo Spinola, uno spregiudicato appaltatore dedito in privato alla magia nera.

mercoledì 2 ottobre 2013

Strani antichi scritti perduti

Prove di archeologia fantastica, proibita, misteriosa? & Rivelazioni Medianiche

Alla luce dei documenti considerati e delle ricerche (rivelazioni) medianiche compiute, appare evidente che nell’antichissima antichità, alcuni fenomeni sconosciuti, molti eventi indecifrabili, ed i poteri della mente, ma in particolare del cervello dell’uomo, hanno influito in modo determinante nella sua storia, realizzando scoperte ed invenzioni, prodigi, opere e civiltà, tali, ad apparire senza razionali spiegazioni e frutto di interventi di Maestri divini non terrestri. Così, perché non valutare che i Maestri degli uomini non potessero essere uomini…?! Forse di natura “extra sapiens”? Forse potevano esserci od esistere ragioni per cui la parte più progredita dell’umanità non potesse, o non volesse farsi conoscere alla meno progredita, se non in circostanze eccezionali…?! Tribù primitive oggigiorno esistenti nelle più sperdute giungle amazzoniche o nelle più lontane isole australi, convivono con una civiltà padrona dell’energia atomica e del volo spaziale, come di molti segreti del magnetismo, dell’elettricità o della genetica… a testimonianza di un tempo di un’umanità fortemente sbilanciata da un estremo all’altro della conoscenza… madre di un tempo di dèi, forse, tutt’ora esistente oggi come allora!? Allora come oggi! …Le cui prove iniziano a saltare fuori a ritmo alternato, come fossero tasselli di un gigantesco puzzle iniziato all’alba dei tempi nei quali gli antichi autori, i cronisti, gli scribi, scrivevano e narravano essenzialmente in modo mitologico e simbolico (spesso su racconti di mercanti e nomadi, o di abili oratori ed affabulatori) non senza usare chiavi, metodi, personaggi, situazioni fantastiche e poetiche o metaforiche, per cui, la maggior parte delle volte non si esprimevano esclusivamente in senso letterale anche se a leggerne i ricordi in particolare di queste traduzioni, sembra di viaggiare in un futuro non troppo improbabile, popolato da astronavi, lune artificiali, e conoscenze figlie di un passato remoto, non così lontano. Inoltre, molti nomi di divinità, persone o luoghi riportati nei documenti, non vengono menzionati dagli antichi contemporanei, per il motivo che probabilmente non erano a conoscenza della loro esistenza, od anche perché per essi furono impiegati nomi personalizzati agli eroi del luogo o chissà cos’altro. Il lettore tragga le sue considerazioni e conclusioni come ha fatto l’autore, che è arrivato a “credere e non credere” ai documenti presentati ma allo stesso tempo invogliato e spronato ad approfondire per conto proprio determinati argomenti trattati nel libro, ne ha tratto divertimento ed entusiasmo di ricerca. Inoltre consideri che le “ricerche medianiche” presentate, come tutti i risultati medianici paranormali cosiddetti mezzi poco ortodossi, possono avere alti, bassi, o nulli gradi di attendibilità e credibilità, per questo motivo chi legge valuti come crede e consideri la possibilità delle dichiarazioni e delle rivelazioni, non la loro certezza!




Video della presentazione 

giovedì 19 settembre 2013

Fantasmi, torture e leggende La Milano che mette paura

tratto da Il Giornale del 1-02-2013

di Simonetta Caminiti 

A ogni città, come nemmeno a una donna, restano in dote eterni «misteri». Incognite racchiuse in un monumento, figure umane mimetizzate in un muro, oggetti scomparsi che un tempo erano sotto gli occhi di tutti.
E perfino - così dicono - visite di spettri affascinanti. A scrutare i dettagli di Milano, rebus e leggende sembrano non finire mai.
Nella Basilica di Sant'Ambrogio, appena fuori dalla struttura, sorge una curiosa colonna in marmo: sulla superficie, due profondi fori distanti tra loro circa 25 centimetri. Praticamente un paio di occhi aperti. Secondo la leggenda, il diavolo cercò di tentare e sedurre Sant'Ambrogio proprio lì: da quelle fessure che - dicono - sprigionano tuttora odore di zolfo. Quando si dice «se queste mura potessero parlare», forse non si sa che certe mura, a Milano, possono «ascoltare». In via Serbelloni 10, il citofono non funziona più; ma ha ancora la forma scolpita nel marmo di un grosso, dettagliatissimo, orecchio umano.
C'è poi una strana ghiacciaia, nel giardino di villa Filzi (via Sant'Elembardo, zona Gorla). Gli speleologi dello SCAM hanno scoperto che due secoli fa il suo interno era un tempio ipogeo i cui culti sono un completo mistero. Un passato molto più esposto al pubblico (ma più antico ed esoterico) è il «Museo delle torture». Vicino alla Pusterla di Sant'Ambrogio, questo luogo è una vera e propria mostra di strumenti di tortura diffusi nel medioevo. Ghigliottina, ruota, garrota, «schiacciapollici», letto di tortura: la sola vista di questi oggetti oggi dà le vertigini. A ciascun colpevole il suo strumento di sofferenza. Inclusa una bara dal nome poetico e lo spirito impietoso: la «vergine di ferro», sorta di sarcofago colmo di spuntoni col quale venivano puniti i falsari.
Molto più tenera la vista della statua di Pinocchio, in Corso Indipendenza. Esposta nel 1956, uscita dalle mani dell'artista Attilio Fagioli, l'opera ritrae il beniamino di Collodi trasformato in bimbo in carne e ossa. Accanto a lui, originariamente, riposavano il gatto e la volpe. Che fine avrà fatto il gatto? Restano, accanto a Pinocchio, solo le sue orme. Un banale atto vandalico sotto le spoglie di un felino che si dilegua. Eppure, il mistero su chi abbia portato via il bellissimo micio è rimasto impunito.
In corso Sempione, invece, occhio all'«oggetto fuori posto». Nientemeno che... una stazione ferroviaria. O quello che ne resta. Cioè un respingente delle carrozze che sbuca dall'erba; questo piccolo reperto apparterrebbe a una linea ferroviaria che collegava Milano a Gallerate.
A ogni città, infine, le sue leggende sui fantasmi. Qui ce ne sono di illustri. Maria Callas - mormorano in tanti - farebbe capolino alla Scala ogni tanto. Perché proprio lì? È lì che fu fischiata senza pietà in una delle ultime esibizioni e oggi si divertirebbe a spaventare i milanesi. Lo spettro di Bernarda Visconti (la figlia di Bernabò, condannata a morire di fame dal padre per adulterio) non avrebbe mai lasciato il chiostro di Radegonda a detta di molti testimoni. E Lucrezia Borgia ha collezionato più apparizioni di Fabrizio Corona, ma solo alla Pinacoteca Ambrosiana. C'è poi un'altra donna speciale (visto che i fantasmi privilegiano a Milano il sesso femminile), che si anniderebbe nel Duomo. Il suo nome è Carlina, sposa vestita di nero che spunterebbe splendida nelle foto di chi convoglia a nozze, ma solo in Duomo. Lì dove - dicono - fu amata, rincorsa e perse la vita centinaia fa.

martedì 17 settembre 2013

Il Ghost Hunting

di Roberta Faliva
(tratto da http://www.hesperya.net/ghost-hunting/)
Happy Price
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Definire il Ghost Hunting una vera e propria scienza attualmente è improprio. Possiamo   consideralo quella branca della ricerca parapsicologica che cerca di dare una risposta, con mezzi scientifici, a quelle fenomenologie paranormali che interessano i presunti casi di apparizioni o infestazioni spettrali.
Sin dall’antichità l’uomo ha sempre creduto all’esistenza di una vita dopo la morte e ha sempre cercato di entrare in contattato con i defunti. Tutto questo interesse nasce dall’esigenza di credere all’immortalità della coscienza e rassicurarsi contro l’angoscia e la paura della morte. Credere ai fantasmi non è mai stata una vera esigenza ma già in tempi più remoti ci sono state esperienze tramandate fino a noi. Una di queste è raccontata da Plinio il Giovane che parla di un caso riguardante il filosofo greco Atenodoro ( I sec. a.C.)  e descrive le paure per qualcosa che non conosce; lo sgomento per comunicazione difficile da stabilire rispetto a quello che a noi appare superiore; il conforto per ciò che sembra darci una speranza dopo la morte.
Il primo vero pioniere della pratica del Ghost Hunting fu Harry Price. Egli, nell’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, cercò di applicare il rigore dell’indagine scientifica a quel delicato equilibrio di filosofia e fede che era intrinseco nella metafisica di quel periodo storico. Price rese pubblica una materia tanto eccentrica e sconosciuta come quella “della caccia ai fantasmi” utilizzando un metodo che ancora oggi possiamo ritenere valido che consisteva nel stabilire una scala di variazioni di temperatura e di pressione, che erano punti comuni in ogni sospetta vera apparizione spettrale. Sfruttando questi nuovi parametri, Price smascherò inoltre una serie impressionante di falsi medium.
 
Con il passare degli anni e con il progredire della tecnologia, il “cacciatore di fantasmi” è diventato un vero e proprio ricercatore, che utilizza una strumentazione sofisticata quanto complessa, atta rilevare l’interazione fisica del fenomeno paranormale nell’ambiente in cui lo stesso si verifica. Lo scopo del Ghost Hunter è proprio quello di documentare con più precisione possibile eventuali fenomeni paranormali al fine di raccogliere una valida documentazione che permetta poi un approfondimento da parte di studiosi ed esperti. Il Ghost Hunter conduce preferibilmente la sua indagine in un ambiente inquinato il meno possibile da fattori esterni, per poter avere quindi una visione più reale della situazione investigata. Proprio per questo molti investigatori del paranormale conducono le ricerche in quel lasso di tempo che va dal tramonto all’alba: quando i rumori quotidiani tacciono e l’attenzione è tutta per quei suoni che durante il giorno possono sfuggire. Percepire la presenza di un fantasma è in assoluto il tipo di esperienza più insolita, che non può non lasciare un segno nella vita di chi la vive. In alcuni luoghi infestati si può persino sentire l’odore di uno spirito, fino ad arrivare a provare sensazioni contrastanti di tristezza e rabbia o di pace e tranquillità.
Oggi, in un mondo attento solo all’aspetto materiale e che nega tutto quello che non si può né vedere né sentire, è molto difficile parlare di argomenti che vanno oltre l’esperienza sensibile e che, soprattutto, si affacciano al mondo del paranormale. Eppure, così concentrati su quello che ci circonda, non pensiamo che le stelle che di notte scorgiamo nel cielo non esistono più da migliaia di anni. Quei puntini bianchi splendenti, che ancora vediamo, non sono allora i “fantasmi” di quelle stelle che hanno smesso di brillare?